Paola Francesca Barone


FILLE AVEC TRESSE TURQUOISE

2026

Stampa fotografica e matite acquerellabili su carta
cm 52x70

Fille avec tresse turquoise Vi sono stagioni che non appartengono al calendario, ma a quell'ordine anteriore delle cose che la pittura rinascimentale aveva saputo nominare senza spiegare: le allegorie delle ore, delle età, degli elementi non erano classificazioni del mondo, erano riconoscimenti, il tentativo di dare forma stabile a ciò che il corpo già sapeva prima che la mente formulasse la domanda. Questa figura appartiene a quella tradizione non per citazione, ma per appartenenza ontologica: è l'Estate, nel senso in cui l'Estate è una condizione dell'essere prima ancora che una posizione della terra rispetto al sole, la pienezza che non ha ancora sviluppato la coscienza della propria durata. Il limone tenuto nel palmo aperto concentra in sé la tensione di tutta la scena. Nelle allegorie cinquecentesche il frutto non era mai innocente, portava con sé la memoria di ogni offerta che la mitologia aveva registrato come irreversibile; Persefone, ad esempio, aveva mangiato i semi del melograno credendo forse di compiere un gesto qualunque e con quel gesto aveva sottoscritto il contratto con il buio. Questa figura non mangia, regge, con la naturalezza di chi non ha ancora misurato il peso di ciò che tiene in mano, ignara che la grazia del gesto è precisamente proporzionale alla sua inconsapevolezza. La treccia turchese scende lungo la schiena secondo una logica che non è decorativa, ma genealogica; è il segno della creatura liminale, di quella ninfa delle acque che nelle tradizioni mediterranee abitava il confine tra il corpo e l'elemento, custodendo in quel confine qualcosa che né l'uno né l'altro potevano contenere da soli. Il volto sottratto allo sguardo (come nelle fanciulle anonime dei ritratti rinascimentali, le Flora, le figure con il turbante e la presenza obliqua) non è un'assenza, ma la condizione necessaria perché la figura cessi di essere individuo e diventi il simbolo di una stagione dell'esistenza, il punto in cui il particolare si dissolve nell'universale senza perdere nulla della propria concretezza sensibile.Il turbante arancio sul capo chiude la composizione con la precisione di una corona vegetale portata nelle feste di mezza estate, quando si camminava vicino all'acqua nella convinzione, mai del tutto infondata, che la bellezza potesse durare quanto il rito che la celebrava. La luce, che scivola tutta sulla figura, è ancora intera e questa interezza, proprio perché non si interroga sulla propria fine, contiene già in sé, silenziosamente, il presagio dell'autunno.

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